Prefazione di Renato De Falco Debbo ammetterlo: quando Angelo Manna mi manifestò – con un fin troppo fiducioso ottimismo che, per quanto mi riguardava, ravvisavo estremamente mal riposto – la sua disponibilità ad aversi da me un cenno introduttivo al suo NAPULE E IO, mi tremarono le vene e i polsi… Ero (e sono) convinto che la mia antica dimestichezza ed il mio feroce affetto per ciò che attiene al parlar napoletano non fossero né sufficienti né idonei per esprimere qualcosa di attinente a quella che intuivo alla stregua di una summa del suo risaputo far Poesia, nonché della sua sterminata conoscenza, dei suoi approfonditi studi, della esclusiva sua padronanza di tutta la dimensione e le angolazioni delle parole de Napole che – Cortese docet – non songo, frato mio, d’oro pommiento ma de zuccaro e mmele, e famma vola si fanno a ll’ate llengue cannavola… Ad accrescere la mia sensazione di sgomento contribuiva, pe ghionta de ruotolo, la corposità del suo lavoro, articolata in circa duecento composizioni: gli protestai la mia convinta inadeguatezza, ma dalla sua voce majateca ne ebbi, per risposta, il più fermo contrario avviso motivato da… lassammo perdere… E così, per quanto gratificato dal suo affettuoso intendimento, ho finito, ferme restando le persistenti riserve, col tentare di accontentarlo, pilatescamente confortandomi con un magro consolatorio isso ‘o vvò, isso s’ ‘o cchiagne : anche perché al tutto non erano estranei i sentimenti di amicizia, di stima e di apprezzamento per la sua possente cifra di conoscitore indiscusso, di severo ricercatore, di esaustivo dominus di tutte le componenti, le proprietà, le sfaccettature, i capi di perfezione (a dirla con l’oscuro Partenio Tosco) del nostro dialetto abbunnante e smataforeco (quale lo leggeva Pietro Trinchera) che proprio nel corrusco, aureo Seicento – da Angelo investigato, notomizzato e criticamente, alla lettera, smerzato – toccò gli apici freneticamente e porosamente barocchi del più immediato, espressivo e pregnante veicolo di comunicazione del pensiero mai altrove eguagliati. La ratio di NAPULE E IO è tutta contenuta nella densa postfazione dell’Autore: che, dato razionale conto delle sue meditate e fedeli scelte ortografiche in ordine a quella lengua de tata che per essere la più libera del mondo sfugge a codificazioni di qualsivoglia specie, ne contesta pretesi fondatori, risultando essa patrimonio originario ed esclusivo del popolo che veracemente la adopera attraverso le assimilazioni e le sedimentazioni maturate nel corso dei secoli. In coerenza a quanto affermato, Angelo non esita a dichiarare – con una consapevolezza che non sente e non può sentire di presunzione – di essersi ispirato a se stesso in ordine all’impiego del Napoletano che connota ed esalta la sua fatica: si tratta di un Napoletano linguisticamente affidabile che resta a tutt’oggi sacrale ed inalterato retaggio della sana e conservatrice Provincia, capace di opporsi alle stolte ed ibride contaminazioni di cui lo stesso diventa vittima sacrificale nella spocchiosa acculturazione di tanti metropolitani addetti ai lavori. Quello di Angelo Manna è un Napoletanismo attivo perché va al di là di confini o di briglie spazio-temporali, perché è usato da chi sa e suole pensare in napoletano e conseguenzialmente è in grado di trasmettere con razionale spontaneità la parola liberamente generata da quel pensiero. Ed è un parlato che sa e deve dire anche, ma specialmente, quando va nel fetente (il termine è quello prescelto dall’Autore), perché si tratta di un fetente loico e motivato, supportante e strutturale, funzionale e mirato, del tutto consono a quello che, nella specie, viene adottato dal popolo che lo ha dentro e che coralmente, efficacemente ed icasticamente lo esplicita con una ritualità non costruita – e perciò mai pornografica – cui nessuna ipocrita… pudor-pudico può far da calmiere, ed alla quale alcuno pseudo-scandalizzamento deve conseguire… Angelo Manna ha sempre avuto il coraggio delle proprie opinioni, e per esso ha più di una volta copiosamente pagato : non è proprio il caso di presumere (o di pretendere) che paghi quando dice, come vuole e sa dire, cose che per definizione hanno il fine di far ridere o riflettere UN GLOSSARIO PARTICOLARE Un discorso a parte merita il glossario. Che, ben lungi dal costituire quella spesso pleonastica ed arida appendice volta a tradurre o a spiegare asetticamente il significato di parole poco conosciute, si struttura in una serie di dettagliate illustrazioni, di documentati commenti e di critiche chiose. Angelo, che scrive per quanti sono in grado di capé ’a lengua ’e tata, sa che faciarrìa mancamento agli stessi stravestenno nel patrio idioma tanti genuini fonemi il cui senso, anche se oggi declinante, non può essere palese ai dialettofoni. Egli pertanto si limita a schiarefecare soltanto una settantina di termini e di espressioni di dubbio o non facile approccio, o ingenerosa obsolescenza, o di polisemica portata: ed ecco le perle di un mattuoglio inteso non quale l’adusato fagotto, malloppo, massa di panni mal confezionata o anche bottino, ma come l’imbroglio del baro; di una lèfreca che non è la galianea lite, e neanche il capzioso sofisma o arzigogolo, ma viene felicemente letta quale l’astuta capacità dell’imbroglione di raggiungere il suo scopo; di un nicchinocco che da geranio della notte (ma quanti lo sapevano?) si metaforizza nel lezioso e svenevole bellimbusto (che non ci sia un inconscio accostamento al nacchennella?); dei bronzei e tintinnanti sbruónzole, uno degli oltre settanta sinonimi dell’agognato danaro, del quale l’Autore soltanto per non strafare si limita a proporne una trentina; di una mezaperucca, contraltare di una muliebre mezacazetta; di un trabucco, micidiale tagliola ma anche atroce botola da prufunne e quindi ben peggiore del quasi innocuo mastrillo; di una riduttiva spagliocca, di un ingegnoso centimmolo, di un polivalente chilleto, di una linfatica glianola, di una facciale nfanzia, di un ornitologico pizzo, di una (verbigrazia) limitante careggrazia illuminatamente interpretata, delle ortodosse inquadrature di uno nzeppà e di uno spollecà… Ma c’è ben di più: il glossario infatti include rigorose e convincenti analisi filologiche – quanto più solari delle fumose conghietture di Puotiana e Capassiana memoria! – che la dicono tutta su sfumature, peculiarità ed appartenenze di lemmi o stilemi finora di incerta inquadratura: valgano per tutte le precise messe a fuoco di abbaie e cucche, di stracco e stracque, di arma e anema, di piglià quaglie e via ncarranno… E quante tranches de vie, quanti episodi di diretto vissuto, quante memorie giornalistiche infiorano le pagine di questa insolita e affabulante appendice dipanantesi in un diretto, sorridente e colloquiale dialogo con il Lettore che ne riporta la sensazione parteciparvi in diretta, cunzulannose per il taglio suadente della lineare scrittura! Ma qui mi accorgo che la mia entusiastica prolissità (certamente non di circostanza) ha indugiato su dettagli senza affrontare il corpus del lavoro: e mi riaffiorano i sensi di inadeguatezza cui accennavo in principio… La verità è che c’è da restare incantati ed avvinti al cospetto di oltre duecento vibranti pagine in ognuna delle quali il rutilante endecasillabo manniano regna sovrano, la musicale naturalezza delle rime spesso ardue e tante volte mai prima tentate è spontaneamente congeniale, dove la scelta dei termini sempre adesivamente appropriati conferma il trionfante possesso di un parlato che non ha misteri o zone d’ombra per l’Autore, ma – soprattutto – dove lo spessore dei contenuti dà la misura di una meravigliosa capacità di pensiero e di una stupefacente attitudine a trasmetterlo. Contenuti che muovono da vicende accadute (oggi o secoli addietro poco conta), da episodi di una quotidianità reale e non immaginaria, da particolari situazioni e stati d’animo su cui nessuno – e meno che mai metricamente – si è soffermato. Si tratta di fatti di costume (o di malcostume) narrati alternativamente con distaccato disincanto, con interiore partecipazione, con commossa solidarietà, ma anche con vibrante critica, con gagliardo disprezzo e, occorrendo, con didascalico intendimento. E c’è spazio per la più disparata campionatura di sentimenti, per tante e tante figurazioni di quel suggestivo caleidoscopio che è il vivere napoletano, come è evidente la duttile disponibilità per differenti strutture lettera rie spazianti dall’epigrammistica allo strambotto, dal dispetto al verso sciolto, come per ambiti interagenti fra il teatrale e il reale, tra la cronaca e il personale, tra l’originale e il rifatto… Creatività, riflessioni, spunti ameni o amari, l’amore e il dolore, la vita e la morte, il dolce e l’asprigno, il sacro e il profano, il terreno e il sublime: tutta quella coincidentia oppositorum e quel contraddittorio contrasto segnanti il naturale di una Napoli che – vedi Giordano Bruno – può manifestarsi hilaris in tristitia et tristis in hilaritate, germinando (lo affermava il Pontano) de risu dolor et de lacrimis voluptas… A questo punto (e credimi, Angelo, non è un defilamento) mi rendo conto del come ogni ulteriore commento possa risultare dilatorio e pretestuoso facendo al tempo stesso un torto all’Autore e al Lettore: all’Autore che non ha alcun bisogno di vedere presentato un unicum che è quello che è, ed al Lettore che rischia di subire un superfluo rallentamento al gusto di tuffarsi nel gioioso vortice di immagini, di suoni, di sensazioni e specificamente di parole, delle care parole, chiantute, de lo tiempo antico (e stavolta scomodo il Cavalier Basile), che gli vien dato di apprendere o di riscoprire. Ma dal Lettore e dall’Autore mi è caro prendere congedo suggerendo al primo di trezzìare ogni verso e ciascun termine per testare tutte le bellezzetudene de la lengua napolitana – come volle definirle Francesco Mazzarella Farao – qui di seguito compiutamente e magistralmente spalefecate; ed affidando al secondo (che ha fatto ire a lava li vierze conferendo ai sonetti, che tanto ravviva e predilige, non il dantesco mover di cherubino o la foscoliana nota di rusignoli, ma un’estasi e un addore passionalmente napoletani) due sole sommesse, riconoscenti e carnali voci di cuore: beneritto e salute a te, carissimo Angelo, perché con NAPULE E IO – titolo più essenzialmente consono e duale non potevi prescegliere – dal fausto incipit di un Saglie! pienamente realizzato all’insegna dell’altius agere iter fino alla coerente scompetura di una speranza che sente di certezza, hai saputo dar vita, calore ed anima ad un oraziano monumentum di amore e di conoscenza nei confronti della Napoli senza tempo che non potrà non rimanertene pensosamente memore e maternamente grata…