“Le Fonnachere” Gli Epiteti ingiuriosi e le invettive della IV egloga delle Muse Napolitane Melpomene, overo le fonnachere di Giambattista Basile
Madamme” dal linguaggio “chiantuto”, Pascadozia e Colospizia sono le protagoniste del pittoresco “appìcceco” nel quale si sostanzia la quarta delle nove “ègroche”: quella che ha per titolo “Melpomene” ed è la più scoppiettante delle “Muse Napolitane” di Giambattista Basile (prima edizione: 1635, per i torchi di Domenico Naccarano, in Napoli). Non eccessivamente entusiasmante dal punto di vista artistico (chè il Basile non fu sempre un grandissimo creatore), l’ “appìcceco” al quale assisteremo da qui a poco è una prova ulteriore della “insostituibilità basiliana” che, più il tempo passa, più si fa indiscutibile. Il gran Cortese svetta certamente tra i padri della letteratura napoletana per essere stato il più autentico ed inimitabile poeta nostro di ogni tempo (la sua “Tiorba a taccone”, la sua “Vajasseide” e il suo “Viaggio di Parnaso”, sono capolavori di portata universale), il gran Basile riesce a superarlo per la sua “enciclopedicità”: la quale oggi, a distanza di oltre tre secoli e mezzo, è uno dei punti fondamentali ai quali lo studioso della lingua, degli usi e dei costumi popolari della Napoli seicentesca può fare riferimento per documentare i suoi saggi, le sue ricostruzioni. Un pozzo inesauribile di immagini, di didascalie, di ambienti, di tipi, di modi di dire, di vocaboli, di modi di essere del popolo grasso e del popolo minuto della fine del XVI e degli inizi del XVII secolo: questo, infatti, è il maggior pregio (che aumenta a mano a mano che Napoli si allontana da se stessa…) dell’intera opera napoletana di Giambattista Basile.

‘A Mazza e ‘o pìuzo
PRIMA DELL’USO
Con licenza parlando, ho una virtù, che poi è un vizio: scrivo di getto, non ritorno sui passi fatti, e se pure mi accorgo, rileggendomi, di non essere più d’accordo con me stesso, pazienza: mi do un pizzico sulla pancia e vado avanti. Cancellare?, correggere?, tagliare?… E perchè?
Non so come mi uscirono – mentre celebravo Luigi Molinaro anche del Chiaro nel 140° della nascita – le espressioni tutte nostre mazza franca e strunzo mmiezo. Avrei dovuto ricacciarle nella penna? Quando mai. Trovai che avrei potuto spiegarne le origini e i significati in una noticina a piè pagina… Sicchè, celebrato il Molinaro, mi accinsi a far fronte all’impegno.
Potevo immaginare che la noticina mi avrebbe preso per quasi quaranta fogli dattiloscritti? Pazienza, mi dissi: vuol dire che così doveva andare. Solo, aggiunsi, è una parola, mo, far entrare quaranta fogli dattiloscritti tra i piedini di una paginetta!…
E allora? Ecco risolto il problema: la noticina la pubblico pari pari in questo volumetto che, chissà, a tanta gente sembrerà sarchiaponico: a me no. A me no, per tante ragioni, che sono tutte leggibili, qua stesso, specie fra le righe… In fondo, ciò che conta è scrivere soprattutto per se stessi. Per tentare di andare avanti… guardando indietro. E per verificare se il nostro amore per Napoli sia sempre degno di Essa.

Quando il pudore è spudorato
C’E’ PERMESSO?…
So bene quali morbose aspettative stia suscitando, o abbia già suscitato, in voi, un titolo come questo “Quando il pudore è spudorato” che è il titolo che ho dato al fatterello che segue; ma, per carità, disingannatevi, disincantatevi, fate dietrofront, richiamate la vostra fantasia, se è già in viaggio verso cieli scabrosi, “mazza franca” , lungi da voi la speranza (o il timore) che vi imbatterete, da qui a qualche paginetta, in loschi o foschi frangenti, in allucinevoli o singhiozzevoli minuzzoli, ritagli, avanzi, bricioli, trucioli di feuilletons strappalacrime, strappaurli, degni di un Poe, di un Mastriani. Insomma, lettori distintissimi, neppure per un istante di più vi sfiori il pensiero che questo “Quando il pudore è spudorato” ve l’abbia posto, io, in testa a questa pagina, per annunciarvi fatti tenebrosi, attentati a castità non più caste; ve l’abbia posto, io, questo titolo (allarmante, come no…) per invitarvi a farvi partecipi di drammoni pieni di cattiverie, per introdurvi, mettiamo, in contemplazioni di mancini tiracci giuocati da orrendi bestioni senza cuore ai danni di creature, sì, tenerelle – mute porticesi o cieche sorrentine – ma belle e andate da un pezzo …
“Mazza franca”, lettori distintissimi, e pure “strunzo mmiezo” come avrebbero detto e scritto papà Cortese e papà Basile: ché il fatterello mio, che sto per raccontarvi, altro che riguardare inferni popolati di malombre e megere e di delitti e castighi, è soltanto un fatterello come un altro – storicamente inappuntabile – che se di speciale avrà qualche cosuccia, sarà che la fine dovrà farvi riflettere che …

* “Strunzo mmiezo” e “mazza franca”? Mi ci sono provato a riassumerli, i significati di queste due espressioni! Solo che, scrivendo scrivendo, mi sono perduto in un mare di pagine… Cinquantasei, per l’esattezza: che ora costituiscono un volumetto che si intitola “’A mazza e ‘o pivuzo” e che spero leggerete.