La
sincerità.
È la
virtù
che consente
di parlare
come si sente,
senza calcolo
e senza prudenza.
Anche senza
essere sinonimo
di verità,
è tra
le virtù
più
utili alla
umana società.
Grazie ad essa,
gli uomini
possono intessere
un dialogo
franco e aperto,
anche da posizioni
non collimanti.
Se fosse virtù
democratica,
se cioè
si comunicasse
a tutti, l’umano
dialogare acquisterebbe
in chiarezza,
in limpidità,
in produttività.
Ma essa è
virtù
aristocratica,
elitaria. Sceglie
di accompagnarsi
a pochi. E
questi pochi
che la praticano
rischiano di
fare la fine
degli ingenui
o degli inopportuni.
Dicono cose
o discutono
di argomenti
di cui altri
negano perfino
l’esistenza.
Rischiano di
passare per
eccentrici,
in quanto sono
fuori dal ristretto
centro in cui
gli altri si
sono racchiusi
e che convenzionalmente
considerano
come il solo
legittimante
e significante.
La sincerità
è virtù
che isola o
che al massimo
fa ritrovare
in ristretta,
ristrettissima
compagnia.
Il sincero
rischia di
essere un parlatore
solitario,
una vox
clamans
in deserto.
Di questa virtù
è stretto
praticante
Angelo Manna.
Egli è
un uomo sincero,
che non si
cura di restare
solo o di trovarsi
in compagnia
di un manipolo
di persone
troppo ristretto
per far numero
e opinione
dominante.
Non teme di
essere giudicato
inattuale,
fuori dalla
moda del tempo.
Vuole dire
la sua come
la sente. E,
se è
vero che sincerità
non è
sinonimo di
verità,
è vero
però
che è
sinonimo di
schiettezza
e di sicura
personalità.
A lui la storia
civile, politica
e culturale
dell’Italia,
così
come è
ricostruita
e raccontata
dalla cultura
ufficiale,
non piace.
Non lo appaga.
Gli pare troppo
sbilanciata
a favore di
una parte.
Troppo, se
non totalmente,
dimentica delle
ragioni e delle
passioni dell’altra
parte. Anzi,
non gli pare
neppure partigiana.
Perché
se così
fosse, se cioè
si fosse schierata
apertamente
da una parte,
avrebbe comunque
e, seppure
implicitamente,
riconosciuta
la legittimità
dell’altra.
Egli è
convinto, invece,
che nel suo
ricostruire
e narrare,
la storia ufficiale
ha semplicemente
occultato e
negato l’esistenza
di voci e figure
la cui consistenza
va sempre più
attenuandosi
fino a rischiare
di scomparire.
Di qui la sua
decisione di
fare il controcanto.
E il controcanto
è, sì,
misura di ritorsione,
ma di minore
entità
rispetto al
canto.
Ché,
se di questo
vuole essere
il contraddittorio,
non ne è
però
la negazione.
A fronte delle
ragioni e delle
passioni degli
altri, Manna
vuol ricostruire
e raccontare
le ragioni
e le passioni
della parte
in cui si riconosce.
Vuole rivendicare
il diritto
di cittadinanza
nella repubblica
delle lettere
per quei tanti,
poeti e letterati
in