Ciao Angiulì

Te ne vai in punta di piedi, Tu che eri entrato nella vita quotidiana nostra e dei napoletani con la forza dirompente del carattere Tuo, acerrano quanto guascone. Te ne vai e porti via con Te i sogni di una giovinezza infinita. Quella che ci ha fatto vivere l’esperienza esaltante del Movimento Sociale Italiano prima e del Fronte del Sud poi. Te ne vai, ultimo “bohémien”, ultimo scapigliato, ultimo poeta decadente della passione, dell’amore, della Storia. Incompreso come tutti i geni, abbandonato come tutti gli eroi, dimenticato come tutti quelli che hanno voluto e saputo lottare per le Idee.
Le lasci al pascolo le “pecore che non seppero e non vollero diventare popolo”. Le stesse che incitavi a rialzare la schiena e a recuperare “il battesimo che avevano cancellato dalla loro fronte”. E ci lasci un grande vuoto. E anche una grande angoscia. Ci lasci anche un patrimonio politico e culturale che siamo pronti a raccogliere. Le tue poesie, i tuoi libri di Storia, le tue ricerche filologiche, i tuoi terribili libelli, gli aneddoti infiniti della tua vita. Tutto ciò a cui hai dedicato la Tua esistenza. Con il puntiglio del tormentone che Ti fece onorevole di fatto, prima ancora che di nomina. E con la passione del ragazzone che amava il suo Paese, la sua Napoli, il suo Sud senza cedere mai di un millimetro sulla trincea della lotta e dell’onore.
Addio Angelo, Addio Tormentone, Addio Paladino del Sud.
Morire non significa perdere, raccoglieremo la fiaccola della tua battaglia.
A presto Angelo, a presto
Roberto Bigliardo, E CHI TI CAPI’
Strasburgo, 12 giugno 2001


Speravo che riprendesse conoscenza di poterlo rivedere e, chissà, scambiare qualche parola. Avremmo parlato certamente di An ma sopratutto del Mezzogiorno, che aveva nel sangue e nel cuore. Ma invece Angelo, l’ On. Angelo Manna, se ne è andato così, senza salutare nessuno ed in tutti noi lasciando l’amarezza di quel tocco di pianoforte non suonato, di quella poesia o di nota di storia, di cultura e di costume non letta, di quelle parole roboanti non ascoltate dietro le quali c’erano una consapevolezza ed una sensibilità profonda degli errori e degli orrori delle politiche per il Sud, delle responsabilità gravissime di tutto un ceto politico ora finalmente in disarmo. O quasi. Aveva scritto tanto Angelo, libri e saggi, articoli, poesie e note critiche e, venendo dalle straordinarie esperienze del “Tormentone”, una rubrica televisiva che gli aveva permesso, dopo aver lasciato “Il Mattino”, di giganteggiare dallo schermo televisivo di una emittente locale, dalla quale lanciava strali acuminati sul potere egemone. Lo fermavano tutti per strada quando, nella prima campagna elettorale nelle file del Msi, si fece spazio con una valanga incredibile di voti, secondo eletto a Napoli dopo Giorgio Almirante.
Personalità straripante per la sua veemenza verbale e per l’ardimontosità del suo pensiero meridionalista ebbe qualche difficoltà ad inquadrarsi nella gabbia delle regole parlamentari ed a conciliare posizioni politiche personali, di decisa impronta meridionalista ma che rasentavano i limiti e gli obiettivi che si era dato un movimento nazionale, come allora il Msi ed oggi AN. Fummo amici, molto amici perchè forse capivo Angiulì piú di altri e riuscivo a frenarne, con il suo consenso, il temperamento passionale e irruente ma sempre lucido. Preparammo insieme, discutendone a lungo, non poche interrogazioni, durissime e documentate e qualche proposta di legge. Tra le tante una voglio qui ricordare, perchè testimonia non solo della sua cultura musicale, cantava e suonava anche, e benissimo, il pianoforte, oltre che scrivere versi dolcissimi, amari e coraggiosi che ne svela la vera anima: la proposta di legge fu quella con la quale Angiulì voleva che ” ‘O sole mio” la canzone napoletana più celebre e cantata nel mondo, fosse dichiarata bene culturale e patrimonio esclusivo della città di Napoli che così potesse essere destinataria dei diritti d’autore. All’avanguardia, per questo ed altri termini che dovevano concorrere al riscatto del Mezzogiorno, Angiulì lasciò poi la politica e si “ritirò” nella sua Acerra, a scrivere ancora ed a dipingere in un suo studiolo, come se si fosse rinchiuso in una torre dalla quale non avrebbe piú voluto uscire.
Resta in me l’amarezza di non aver fatto a tempo a scuoterlo, a convincerlo a scendere ancora in campo, come forse oggi sarebbe necessario, per dar vigore alle analisi e alle proposte per il Sud che Angelo sapeva elaborare e che dovevano solo esser messe nel linguaggio parlamentare.
Ciao Angiulì, non Ti dimenticherò mai perchè nonostante il tuo caratteraccio mi insegnasti a comprendere quale fossero davvero storia ed anima del nostro Mezzogiorno, Mezzogiorno d’Italia, Angiulì.
Antonio Parlato
Il Secolo, 13 giugno 2001


Se n’è andato Angelo Manna, giornalista. Aveva 66 anni, venti li aveva spesi nella redazione del “Mattino”, altri negli studi televisi, qualcuno alla Camera dei Deputati. Giocava a nascondere il talento sotto uno schermo di cinismo. A via Chiatamone fece la cronaca nera: la fece, disse ironico,”come uno che abbia una brutta malattia e si illude che passerà”. Lavorò alle province, intesseva dialoghi surreali con i corrispondenti di paesi sperduti. Si occupò della “cucina” del giornale: molti altri usavano forbici e colla per appiccicare i dispacci di agenzia, lui li leggeva svelto e batteva resoconti da inviato firmando con nomi forestieri. Era nato capo, ma non gli piaceva comandare e della carriera se ne infischiava. Chi lo ricorda in queste righe lo conobbe ragazzo, una domenica degli anni ’60. Angelo doveva scrivere il solito pezzo “di colore” sulla partita del Napoli, intervistava gente qualunque e ne ricavava letteratura. Quella domenica non aveva voglia di uscire e intervistò me. “Guagliò, perchè il Napoli ha pareggiato?” Mi chiese. “Perchè la paura fa zero a zero”, risposi, ancora me ne vergogno. Stranamente la battuta gli piacque, rileggerla il giorno dopo fu un bell’oroscopo.
Angelo era nato ad Acerra, lavorava sognando mondi altrove. Ogni tanto chiedeva: “Tenissive ‘na rima nova cu ‘azzo?”. Stava raccogliendo versi proibiti, glieli pubblicò Adriano Gallina nel 1974 con il titolo “L’Inferno della poesia napoletana”. Alcuni sonetti apparsi anonimi li scrisse lui.
Dal “Mattino” se ne andò a Canale 21 e fu il pioniere del talk show fatto da solo. Il “Tormentone”, sfilata di polemiche ardite da destra,una destra tutta sua, ebbe un successo enorme. Per strada gli chiedevano l’autografo. Nel 1983 si presentó alle elezioni nel Msi e fu eletto deputato con più di 80mila voti. Poteva essere il passaporto di una bella carriera politica, essere furbi e Angelo non lo era. Era un conservatore nemico di ogni “conservatoria”, gli volevi bene anche se avevi idee opposte alle sue.
Preferì isolarsi a studiare e a scrivere. Pubblicò altri libri controcorrente, come “Quegli assassini dei fratelli d’Italia”.
Era innamorato del Sud, un signore amante del dialetto, della memoria e delle sfide.
Che la terra ti sia lieve, Angiulì
Pietro Gargano
Il Mattino, 12 giugno 2001


Canale 21 iniziò le prime trasmissioni via etere il 15 agosto 1976, alle falde del Vesuvio.
Erano i primi di settembre quando Angelo Manna venne a sottopormi una sua idea: “Ve la sentireste” – disse – “di mettere in onda una rubrica d’assalto, che vorrei chiamare “Il Tormentone”? Una rubrica che potrebbe procurarvi anche qualche fastidio con i politici… “Eravamo molto amici, ma per una forma di reciproco rispetto ci parlammo col “voi”. Spiegò per sommi capi come intendeva condurla: estrema veemenza contro istituzioni ed autorità che non facevano il loro dovere. Personalmente, libertario ad oltranza, ne fui entusiasta e acconsentii alla proposta. E così, un martedì (la giornata fu scelta di comune accordo) di settembre 1976, andò in onda “Il Tormentone” di Angelo Manna. Il linguaggio aspro e colorito del conduttore, creò scompiglio in alcuni ascoltatori, il telefono dell’emittente squillava a più non posso, signore scandalizzate, politici indignati, insomma una babele di proteste. Un’unica richiesta, annullare la trasmissione che “squalifica” l’emittente. Quel diluvio di proteste era una chiara dimostrazione del successo ottenuto. A tutti i “protestanti” rispondevo personalmente ribadendo che Canale 21 era una televisione libera, e che, secondo l’art. 21 della Costituzione, ogni cittadino era libero di esprimersi con qualsiasi mezzo ed in qualsiasi modo.
In contrapposizione vi furono una miriade di reazioni positive, addirittura entusiastiche, di quanti avevano visto nella trasmissione di Manna, un atto di coraggio, una ventata di novità: “finalmente una rubrica intelligente, coraggiosa, originale che si distacca dalla mediocrità conformista propria di altre rubriche trasmesse dalla Tv di Stato” era il “coram populo” che si ascoltava per le strade, nei luoghi pubblici. “Il Tormentone” andò in diretta, ogni martedì alle 20,30 replicando il mercoledì successivo alle 14,00. Ogni settimana guadagnò sempre nuovi proseliti e simpatizzanti, pure tra coloro che in un primo tempo ne erano rimasti sdegnati, fino a registrare punte altissime di share, che, superava il 70%, tanto che gli inserzionisti pretendevano quella fascia oraria e non oltre. Il martedì sera…
Erano tutti frettolosi: dovevano tornare a casa in tempo per non perdere la trasmissione. Per avere un’idea dell’interesse suscitato da questa origine rubrica, che durava 30 minuti, basti ricordare che gli operai dell’Alfa Sud di Pomigliano d’Arco, d’accordo con i sindacati e le maestranze, chiesero ed ottennero che il mercoledì l’ora di spacco coincidesse con la replica alle 14,00 de “Il Tormentone” in modo da poterlo seguire. Il giorno successivo al “Tormentone”, la rubrica d’assalto, andava in onda la mia rubrica “Filo diretto” che, in chiave più soft, proponeva gli stessi argomenti, ma sopratutto dava ai telespettatori la possibilità di telefonare ed esporre liberamente le proprie proteste rendendo di pubblico dominio soprusi ed ingiustizie subite. Le due rubriche formarono un connubio indissolubile ed i nomi di Angelo Manna e il mio rimasero sempre accoppiati all’immaginario collettivo. Scherzosamente venne fuori il “ciacca e mereca”. Come diventò abituale, quando due amici si accomiatavano; concludeva con un: “è tutto per oggi” (frase con la quale concludeva “Il Tormentone”) e l’altro amico rispondeva “vi saluto e vi ringrazio”. Angelo Manna, rivolgendosi ai politici con estrema determinazione, riuscì a sollevare e far risolvere moltissimi problemi che da anni restavano insoluti.
Napoli ed i Napoletani gli devono molto! Eclettico: pianista, scrittore, poeta (molte poesie “anonime pubblicate dall’editore Gallina sono sue), giornalista, storiografo e… così via. Anticonformista era contrario ad ogni compromesso. Si conquistò moltissime simpatie. Non poteva circolare inosservato, si formavano capannelli, ognuno richiedeva il suo autografo. Nelle elezioni del 1983, senza aver effettuato alcuna pubblicità, venne eletto deputato nel MSI con ben 83mila voti; ma non era tagliato per i giochi politici e si limitò a presentare centinaia di proposte di legge.
Poi volle mettersi in disparte e continuò a scrivere libri che rispecchiano il suo pensiero di uomo libero e anticonformista e controcorrente, sempre appassionati di Napoli, del Meridione e del dialetto.
Un uomo unico, un amico leale, di una modestia propria dei grandi che sanno di possedere talenti, ma non vogliono metterli in mostra per non mortificare chi non li ha. Un uomo che è entrato a far parte della Storia di Napoli.
Con Angelo Manna se ne va un pezzo della nostra Napoli, un pezzo di ciascuno di noi che ha avuto il privilegio di averlo conosciuto e di averlo avuto come amico.
Con Angelo Manna termina un periodo della nostra vita, termina un periodo della storia della nostra Napoli.
Pierangelo Gregorio
Corriere di Napoli, 13 giugno 2001


Non lo si incontrava più da tempo, quel Don Chiscotte di Angelo Manna, gigante buono dalla parola ironica e addirittura sferzante; pronto alla spada in difesa degli umili e degli oppressi, una figura tra Capitan Fracassa e Robin Hood, un eroe popolare con la famosa rubrica “Il Tormentone”, che per alcuni anni accolse le ansie, le proteste, le speranze di migliaia di napoletani che si radunavano nel rituale attesissimo appuntamento di Canale 21. Lo aspettavano laggiù a Villa Lauro quando arrivava, lo acclamavano all’uscita: un consenso affettuoso che lo rese popolarissimo in tutti gli ambienti, specialmente quelli del popolo, e che lo portò alla camera con più di ottantamila voti nel 1983.
Lavorava intanto al “Mattino”, dove era entrato sotto Ansaldo e dove fu subito un mito per la rapidità di scrittura, l’ efficacia dello stile, le storie napoletane che raccontava, le poesie che recitava e inventava: per i versi licenziosi dal seicento ai nostri tempi, che poi per suggerimento di un amico raccolse in un fortunato libro, “L’Inferno della poesia napoletana”, ricco di commenti dotti, di citazioni rare, di amore viscerale per le glorie del dialetto, che conosceva da maestro.
Memorabili le sue polemiche con le autorità costituite, con chiunque simboleggiasse un potere, fosse il sindaco o il prefetto, o il maresciallo delle guardie metropolitane o chiunque gli descrivessero come oppressore e vessatore.
Famosa la lunga polemica con Ferlaino, al quale tentò di sottrarre la società del Calcio Napoli promuovendo una campagna popolare di azionariato. Ma risposero in pochi e lui cominciò a capire meglio la gente, che voleva un tribuno e non un giusto, voleva uno che desse sempre ragione ai tumultuanti, mentre egli ebbe un tagliente amore per il vero. Forte non solo e non tanto di una laurea ma di grandissime letture di critica, man mano lasciò la piazza e si appartò negli studi, pubblicando alcuni grossi fascicoli di “Cose di Napoli”, ricchi di spunti e di notizie, che non proseguì.
L’altro ieri è morto a 66 anni: alle elezioni non si era più presentato perchè sfiduciato, stanco delle delusioni, senza aver mai avuto eccessivo sostegno dal suo partito, che era il Movimento Sociale, da lui visto come ideale patriottico di veemenza giovanile e purezza di fiamma, e non come partito in senso stretto. Da qui, il suo isolarsi ha lasciato un ricordo commosso in quanti lo conobbero e gli furono amici o soltanto lo videro nelle sue trasmissioni infuocate, sdegnate contro chi impersonasse quella sera il tiranno.
I colleghi che lo hanno amato (chi scrive è tra questi) lo piangono: davvero, con lacrime, caro e buon Angelo, ultimo Tartarin del giornalismo napoletano.
Max Vairo
Il Mattino, 13 giugno 2001


A Via Vittorio Veneto di Acerra, in un piccolo appartamento, l’On. Angelo Manna è vissuto sino a quando un crudele destino ha voluto che fosse solo quando ha avuto un malore. E questo, forse, è stato esiziale per la sua vita. Non sta a me cantare le lodi dell’uomo gioviale e di cultura.
Ero poco più che diciottenne quando ho ascoltato le prime conferenze di Angelo (è così che voleva essere chiamato) presso il circolo culturale “Il Convivio” di Acerra dove in bellissime stagioni culturali passarono per quella sede pittori (con la rassegna intitolata a S. Faticati, importante e dimenticato pittore acerrano), scultori, conferenzieri, uomini di lettere, musicisti. La grande intuizione del prof. Aniello Montano di aprire un cenacolo culturale, diede i suoi frutti. Erano periodi, questi, impregnati di tanto ideologismo ma tanto prolifici per la crescita culturale dei giovani di Acerra. Noi eravamo collocati a sinistra, la “Vita Nova” a destra e lo “Schweitzer” al centro. Anche la FUCI era molto attiva in quel periodo. Ognuno di noi, dopo il ’68, si avviò alla carriera professionale e Angelo a quella di giornalista, scrittore, poeta, musicista.
A Via Vittorio Veneto di Acerra ho ascoltato un’ultima sua composizione che non abbiamo trascritto perché il tempo è sempre tiranno. Angelo suonava divinamente il pianoforte senza avere mai seguito corsi regolari di musica. Angelo è cresciuto alla scuola di Giovanni Montano, medico musicista nella cui casa, a Via Leonardo da Vinci, esisteva un salotto culturale dove Giovanbattista Pinna (Maestro della banda musicale di Acerra all’inizio del secolo scorso), il prof. Montesarchio ed altri si dilettavano nelle varie arti. L’esecuzione della Messa del dott.G. Montano, rielaborata dal M° Luigi Ferraro per conto della Civica Scuola di Musica “R. Sorrentino”, fu così commentata da Angelo: “la messa è bella, ma l’operazione di recupero è stata una grande impresa che va a merito della Scuola di musica locale: ve ne sono grato anche a nome della famiglia Montano”. Uno degli atti del suo mandato parlamentare, fu quello di segnalare, nel 1990 al Ministro dello Spettacolo Carraio, la Banda Civica locale e per questo fu accordato anche un piccolo finanziamento. Un ciclo di conferenze e concerti fu organizzato tre anni or sono a cura della Civica Scuola di musica ed i relatori, M° Saturno e P. Pinna, che celebravano il prete musicista del ‘700 Alessandro Salvatore Speranza di Palma Campania furono coadiuvati dall’illustre musicofilo Angelo Manna che volle dissertare anche sulla musica di S. Alfonso Maria dei Liguori a proposito degli stilemi dei brani sacri di quel periodo.
Da bravo intenditore (ed è stata l’ultima volta che ci siamo visti quando gli ho donato un mio lavoro), dopo la messa di suffragio del compianto dott. Mario Montano ha sbottato nel piacevole dialetto: “Modestì, bravo l’oboista, ma addò ‘e truvato stu soprano cu’ ‘sta voce splendida? Vienimi a trovare, ti aspetto!” Aveva preparato del buon nocillo ma Assuntina Puzone mi diede la triste notizia del malore e della dipartita poi.
Ho rivisto ai suoi funerali tanti uomini (di varia estrazione politica) che hanno scritto la storia politica e culturale di Acerra.
Grazie, Angelo
Modestino De chiara
Il Castello, 20 giugno 2001


Addio, Angelo, ma non per sempre: a un anno dalla scomparsa ricordiamo Angelo Manna, maestro di storia e di vita, poeta e musicista, indimenticabile camerata mascherato a volte da Masaniello e a volte da Don Chisciotte. E come Masaniello il popolo lo volle e il popolo lo affondò.
Resterà per sempre nei cuori e nella vita e oltre la vita della moglie e dei figli Fulvia, Raffaele, Liana e Diego, che non si rassegnano alla sua perdita perchè significherebbe dimenticare.
Manca la sua risata, che si alternava alla rabbia. Mancano i suoi monologhi su Angioini e Borboni. Manca la sua voglia di lottare per cambiare gli spropositi dei libri di Storia di Stato, la storia scritta dai vincitori. Manca, alla fine, la sua tristezza, l’aver capito di non poter cambiare niente.
Dov’è e dove cercarlo? Sicuramente fra i libri di storia, tra i fantasmi e le certezze dei quali è parte integrante: Manfredi, il Duca di Maddaloni, Maria Sofia sugli spalti di Gaeta; nei malinconici versi di Ferdinando Russo,’o Luciano d’o Rre. O ascoltando la nona di Beethoven, che tanto amava perchè tanto simile e lui quanto ad aggressività, rabbia e dolcezza nelle note che suscitano emozioni che spaziano dall’impulsività alla maestosità fino alla retrospezione interiore.
Ciao, Angelo…
Paola Vadacca
Roma, 7 giugno 2002


Sembra ieri. Eppure sono passati diciotto anni.
Si avvicinavano le elezioni politiche del 1983 e, nello studio di Antonio Parlato, introducevo Angelo Manna che era stato ufficialmente candidato a quelle elezioni. Furono eletti entrambi e da quella elezione nacque un connubio che portò alla elaborazione di migliaia di interrogazioni parlamentari. Si creò così un sodalizio politico e umano tra Angelo e tanti di noi che andò avanti almeno per un decennio. Angelo non era facile da vivere. Ma in fondo sapevamo tutti che era buono dietro quel suo aspetto volutamente burbero. Ed era soprattutto un fior di meridionalista.
Colto, convinto, arrabbiato, deciso. Non amava la lingua italiana, e nemmeno il tricolore, mettendoci spesso in difficoltà con le associazioni d’arma. Era profondamente borbonico. Detestava la storia risorgimentale che contestava ad ogni piè sospinto. Ma era a disposizione del Partito. Non disdegnava di candidarsi ove i militanti glielo chiedevano. Oltre a fare il deputato per due legislature fu consigliere comunale a Napoli, a Pompei, a S. Felice a Cancello. Infiammò le piazze con centinaia di comizi e tenne a battesimo decine di iniziative culturali.
Scrisse antologie di poesia napoletana come “L’inferno della poesia napoletana” e libelli antirisorgimentali terribili come “Quegli assassini dei fratelli d’Italia”. Curò un cofanetto di tre volumi su Bartolomeo Capasso e le “Memorie storico diplomatiche della città di Acerra”. Aveva in pubblicazione negli ultimi tempi una lunga serie di volumi che non ha fatto in tempo a pubblicare. Si contano a decine le pubblicazioni sui costumi e sulla vita dei napoletani nel ‘ 600 e nel ‘ 700.
Fu giornalista di razza al Mattino di Napoli per venticinque anni e inaugurò, con il Tormentone a Canale 21 la stagione dei mezzibusti televisivi. Fu amico, fratello, camerata.
Lo ricordo con orgoglio a quanti come me lo conobbero e lo amarono.
Addio Angelo.
Roberto Bigliardo
Iniziativa Meridionale, 20 gennaio 2002